Si racconta da decenni che Final Fantasy si chiami così perché Square, nel 1987, era sull’orlo del fallimento e quel gioco doveva essere il suo ultimo, disperato tentativo di sopravvivere. Una storia degna di un documentario Netflix, con tanto di musica drammatica in sottofondo.
Le cose, però, sono più sfumate. Sulla reale salute finanziaria di Square in quegli anni esistono testimonianze diverse, tra cui quella del compositore Nobuo Uematsu, che l’ha descritta come tutt’altro che rosea. Quello che possiamo dire con maggiore sicurezza, seguendo la ricostruzione più recente dello stesso Sakaguchi, è che il nome non fu scelto per raccontare un possibile crac aziendale.
Vennero prima altre cose, molto meno epiche: una sigla, un titolo già occupato e un problema di marchio. Dietro a tutto questo, poi, c’era un ventiquattrenne che rischiava qualcosa di molto più personale e imbarazzante di un fallimento societario: ripetere l’anno all’università senza più un amico con cui condividere la mensa.
Un futuro musicista che odiava studiare
Prima di diventare l’uomo dietro uno dei franchise più importanti nella storia dei videogiochi, Sakaguchi voleva fare il musicista. Suonava in una band, organizzava concerti, vendeva i biglietti di persona: il classico curriculum che nessun ufficio risorse umane assocerebbe mai al futuro creatore di un impero da centinaia di milioni di copie vendute.
All’Università Nazionale di Yokohama, dove si era iscritto a ingegneria elettrica, andava soprattutto per stare con gli amici. Lui stesso ha ammesso, con una franchezza rara per un dirigente d’azienda, di non essere mai stato granché interessato a studiare.
A ribaltargli i piani ci pensò un compagno di corso, Hiromichi Tanaka, mostrandogli Wizardry su un Apple II. Sakaguchi ne rimase folgorato al punto da saltare le lezioni pur di giocarci, una scelta di vita che qualsiasi genitore avrebbe definito, con affetto, «una pessima idea».
Nel 1983, insieme a Tanaka, decise di mollare l’università a metà corso per entrare part-time in Square, all’epoca poco più che una costola software di un’azienda di impianti elettrici.
I primi flop e l’ultima chance
In Square, Sakaguchi lavorò a diversi titoli per Famicom che non vendettero granché, mentre Dragon Quest, il concorrente di Enix, dimostrava che il gioco di ruolo poteva funzionare eccome in Giappone.
Fu proprio quel successo altrui, la migliore motivazione che esista, a convincere l’azienda a lasciargli finalmente provare il suo progetto RPG: quello che sarebbe diventato Final Fantasy.
Sul nome, però, prima ancora della trama contava la sigla. Il team voleva un’abbreviazione orecchiabile come “Drakue” per Dragon Quest e scelse FF, che in giapponese si legge “efu efu”.
Il titolo che si adattava meglio era Fighting Fantasy, la fortunata serie britannica di gamebook. Peccato fosse già un marchio registrato, dettaglio che un piccolo studio giapponese sconosciuto scoprì, c’è da immaginare, con una certa costernazione.
Di fronte a quel muro, il team virò su Final Fantasy: un ripiego burocratico, sì, ma anche un nome al quale Sakaguchi avrebbe presto attribuito un significato tutto suo.
Il final personale di Sakaguchi
In un’intervista rilasciata a Famitsu per il ventesimo anniversario della serie, Sakaguchi ha spiegato senza troppi filtri cosa rappresentasse per lui quel titolo: se il gioco non avesse venduto, aveva deciso di lasciare l’industria dei videogiochi e tornare all’università.
Non in modo indolore, tra l’altro. Avrebbe dovuto ripetere l’anno, il che significava ritrovarsi senza nessuno dei vecchi compagni di corso, ormai avanti di dodici mesi e probabilmente già laureati.
Con le sue stesse parole, era davvero una situazione “final” per lui. Non nel senso epico di un’azienda che chiude i battenti tra le lacrime dei dipendenti, ma in quello molto più concreto e meno cinematografico di un ragazzo pronto a tornare tra i banchi da solo, dopo aver già mollato tutto una volta per inseguire i videogiochi.
È un significato che si aggiunge alla genesi del nome, non che la sostituisce. La sigla FF e lo scoglio del marchio Fighting Fantasy restano la ragione concreta per cui il titolo diventò Final Fantasy.
Quel nome di ripiego, una volta scelto, si caricò però per Sakaguchi di un peso molto personale, fatto di reputazione, orgoglio universitario e amicizie da non perdere. Elementi che la leggenda aziendale ha sempre ignorato a favore di una storia più cinematografica.
La cartolina che ha fissato il significato, non il nome
C’è poi un secondo aneddoto, spesso confuso con la genesi del titolo, ma che risponde a una domanda diversa: perché oggi tutti associano quel nome all’idea di “ultima illusione”.
In un’intervista del 2023 per il trentacinquesimo anniversario, Sakaguchi racconta di aver ricevuto, anni dopo l’uscita del gioco, una cartolina da una classe delle elementari. La maestra aveva spiegato ai bambini che “final fantasy” suona in giapponese come “l’illusione suprema”, e i piccoli volevano sapere se fosse vero.
La spiegazione gli piacque così tanto da adottarla lì per lì come significato ufficiale, con la disinvoltura di chi si accorge che il pubblico ha appena scritto per lui una didascalia migliore dell’originale.
Anche qui vale la pena essere precisi: che Sakaguchi abbia raccontato l’episodio in quei termini è documentato; che sia accaduto esattamente come lo ricorda lui, decenni dopo, non è verificabile. In ogni caso, la cartolina spiega soltanto il significato che il nome ha assunto nel tempo, non la ragione per cui fu scelto nel 1987.
Due storie, un solo nome
Alla fine, Final Fantasy porta con sé due storie che vale la pena conservare entrambe, invece di sacrificarne una per amore della leggenda più comoda.
La prima è burocratica e un po’ anticlimatica: una sigla decisa a tavolino, un marchio già occupato da una serie britannica di gamebook, un titolo di ripiego che nessuno, nel dicembre 1987, avrebbe immaginato potesse diventare uno dei più riconoscibili nella storia dei videogiochi.
La seconda è molto più personale: un ragazzo che aveva già scommesso tutto una volta, mollando ingegneria per un Apple II, e che in quel nome di ripiego riconobbe, quasi per caso, la propria ultima possibilità.
Se avesse perso, non ci sarebbe stata nessuna epica bancarotta da raccontare nei documentari. Soltanto un ex studente di ritorno tra i banchi, un anno indietro rispetto a tutti i suoi amici, con l’unica consolazione di poter dire, alla prima lezione, di aver quantomeno provato a inventare Final Fantasy.



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