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I figli del computer hanno paura dell’intelligenza artificiale

Siamo cresciuti difendendo computer e videogiochi da chi li accusava di spegnere la fantasia. Ora rischiamo di processare l’intelligenza artificiale con gli stessi pregiudizi.

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Siamo la generazione cresciuta insieme ai computer.

Abbiamo visto i sistemi di gioco entrare gradualmente nelle nostre case, la televisione diventare una presenza sempre più ingombrante e Internet rivoluzionare il modo in cui comunichiamo. Abbiamo passato interi pomeriggi davanti a un Commodore 64, un’Amiga, una console o un televisore, mentre gli adulti ci facevano la morale ogni santo giorno: invece di stare davanti a quelle diavolerie avremmo fatto meglio a leggere un libro.

La loro teoria ricorrente era che quelle macchine ci avrebbero alienati dal mondo, spento la fantasia, compromesso i rapporti con gli altri bambini e reso il nostro cervello pigro e passivo. I videogiochi e gli anime ci avrebbero reso violenti, la televisione incapaci di immaginare, i computer sempre più soli e distanti dalla realtà.

Non è andata esattamente così.

Per molti di noi i videogiochi sono diventati un modo per esplorare mondi, risolvere problemi, imparare parole straniere, condividere esperienze e costruire amicizie. I computer non hanno soffocato la nostra curiosità. Spesso l’hanno alimentata.

Eppure oggi, davanti all’intelligenza artificiale, una parte di quella stessa generazione sembra aver assunto il ruolo degli adulti bacchettoni che un tempo criticava.

La nuova tecnologia viene osservata come una minaccia assoluta. Non si giudica più ciò che una persona realizza, il modo in cui utilizza lo strumento o l’intenzione che la muove. Basta annusare l’odore dell’AI perché ogni contenuto perda automaticamente valore.

Forse dovremmo porci una domanda scomoda: siamo diventati a nostra volta i vecchi che non riuscivano a capire noi?

«Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.»
Arthur C. Clarke

La tecnologia è sempre buona?

L’intelligenza artificiale non deve essere assolta incondizionatamente.

È uno strumento potentissimo e, proprio per questo, può essere anche molto pericoloso. Può facilitare la ricerca scientifica, migliorare l’accessibilità e accelerare attività che un tempo richiedevano settimane o mesi. Può però essere utilizzata anche per frodi, manipolazione, disinformazione, sorveglianza e produzione di contenuti dannosi.

Non possiamo ignorare i problemi legati ai diritti degli autori, all’utilizzo dei dati, alla concentrazione del potere nelle mani di poche aziende e alle conseguenze sul mondo del lavoro. Servono regole, trasparenza e responsabilità.

Ma usare l’intelligenza artificiale per progettare un’arma non è la stessa cosa che utilizzarla per organizzare un articolo dedicato ai vecchi videogiochi.

Un’automobile può portare una persona in ospedale oppure essere utilizzata per investirla. Una calcolatrice può accelerare un calcolo complesso, ma non trasforma automaticamente chi la possiede in un matematico.

La potenza dello strumento non determina da sola la qualità o la moralità dello scopo. Prima di processarlo dovremmo capire chi lo sta utilizzando, come e perché lo sta facendo e dove vuole arrivare.

«La tecnologia non è né buona né cattiva; non è neanche neutrale.»
Melvin Kranzberg

Un amplificatore, non una competenza

Una calcolatrice scientifica utilizzata soltanto per calcolare due più due rimane uno strumento molto potente impiegato per un’operazione elementare.

Non basta possederla per risolvere un problema di fisica quantistica. Bisogna conoscere le formule, comprendere il problema e sapere quale strada seguire. La calcolatrice può velocizzare il processo, ma non può dare un senso a formule che non comprendiamo.

Con l’intelligenza artificiale accade qualcosa di simile.

Può produrre un testo, generare un’immagine, proporre del codice o mettere in relazione grandi quantità di informazioni. Ma chi non possiede una visione o un progetto non diventa improvvisamente un creativo. Chi non conosce un argomento può farsi ingannare da una risposta formalmente convincente e pubblicare una completa assurdità senza neanche accorgersene.

L’intelligenza artificiale è un amplificatore. Ma se il segnale di partenza è debole, ne amplifica soltanto il rumore.

Per utilizzarla bene devi sapere cosa chiederle, riconoscere quando ha fornito una risposta sbagliata, verificare le informazioni, eliminare le ovvietà e correggere la rotta. Devi rileggere, scegliere, scartare e assumerti la responsabilità del risultato. Soprattutto devi capire ciò che hai appena letto. E di questi tempi non è affatto scontato.

Può essere il muratore che costruisce il palazzo, ma qualcuno deve ancora progettarlo. Senza un architetto, una visione e competenze di fondo, una costruzione può apparire convincente dall’esterno e rivelarsi fragile nella struttura.

Un buon esecutore non diventa automaticamente un progettista.

Il nostro sapere non parte dall’anno zero

C’è poi un’altra accusa ricorrente: l’intelligenza artificiale attinge alla conoscenza e alle opere prodotte dagli esseri umani.

È un tema reale, soprattutto quando si parla di consenso, attribuzione e utilizzo commerciale del lavoro altrui. Non può essere liquidato con una battuta.

Allo stesso tempo, nessun essere umano costruisce il proprio sapere dal nulla.

Parliamo una lingua che non abbiamo inventato. Utilizziamo formule scoperte prima della nostra nascita. Leggiamo testi scritti secoli fa, impariamo da insegnanti che hanno imparato da altri insegnanti e sviluppiamo idee attraverso conoscenze accumulate nel tempo.

Se ogni individuo dovesse scoprire nuovamente tutto da solo, ogni nascita coinciderebbe con l’anno zero dell’umanità.

Uno storico non inventa ogni volta una nuova civiltà. Consulta fonti, studi e testimonianze, poi li seleziona, li interpreta e li organizza attraverso la propria sensibilità. Un musicista non inventa da zero le note e gli accordi. Uno scrittore utilizza parole, strutture e forme narrative che appartengono a una cultura condivisa.

Questo non significa che il plagio non esista o che qualsiasi utilizzo del lavoro altrui sia accettabile. Citare Shakespeare o utilizzare una teoria di Einstein non significa potersene attribuire la paternità.

Significa riconoscere che la cultura umana è sempre stata costruita accumulando, rielaborando e trasmettendo conoscenze.

L’intelligenza artificiale accelera enormemente questo processo. Proprio per questo deve essere controllata, regolata e utilizzata con senso critico. Ma accusarla semplicemente di rifarsi a qualcosa di già esistente significa dimenticare che neppure noi creiamo partendo dal nulla.

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle dei giganti.»
Isaac Newton

La biblioteca e il medico

Un mio amico è un medico in pensione. È una persona estremamente colta, appassionata di storia e letteratura antica, tanto da essersi laureata nuovamente dopo i settant’anni. Una mente brillante.

Per formazione e sensibilità mi sarei aspettato da lui una certa diffidenza verso l’intelligenza artificiale. Invece mi ha raccontato quanto questi strumenti stiano già trasformando il modo in cui la ricerca medica può essere consultata e messa in relazione.

Sua moglie, purtroppo, sta affrontando una malattia oncologica e una terapia le provocava effetti collaterali molto pesanti. Grazie alle proprie competenze, allo studio continuo e alla possibilità di confrontare più rapidamente una grande quantità di informazioni, ha potuto approfondire alcuni aspetti della terapia e valutare con maggiore consapevolezza le possibilità da discutere con i medici che la seguono. Nel loro caso, questa possibilità di approfondimento ha prodotto benefici concreti.

Questo non significa che l’intelligenza artificiale abbia curato sua moglie.

Non si è sostituita a un medico e non ha trasformato una persona inesperta in uno specialista. Il risultato è stato possibile perché a utilizzarla era qualcuno con decenni di conoscenza, esperienza e capacità critica.

L’AI ha spalancato una biblioteca immensa e disposto molti libri sul tavolo. Ma serviva ancora qualcuno capace di scegliere quali leggere, come interpretarli, quali ipotesi approfondire e quali scartare.

Più potente diventa lo strumento, più importante diventa la competenza di chi lo utilizza.

«Da un grande potere derivano grandi responsabilità.»
Ben Parker, in Spider-Man, regia di Sam Raimi, 2002

Quando l’unica alternativa è il silenzio

L’intelligenza artificiale sta abbassando anche una barriera di cui si parla poco: quella economica.

Non tutti possono permettersi uno sviluppatore, un grafico, un traduttore, un consulente editoriale o una redazione. Questo non significa che non abbiano qualcosa di valido da raccontare.

Immaginiamo uno scrittore capace, ma privo delle competenze tecniche e delle risorse necessarie per costruire un sito professionale o pubblicare un libro. Può utilizzare l’intelligenza artificiale per realizzare un blog essenziale e permettere alle persone di leggere i propri testi.

Quel sito sarà probabilmente imperfetto. Avrà una grafica poco raffinata, un’impaginazione debole o una copertina non all’altezza del contenuto. Ma l’obiettivo principale dello scrittore non è dimostrare di essere anche un ottimo sviluppatore web. È far arrivare la propria voce.

A quel punto entra in gioco l’intelligenza e l’elasticità del lettore. Può fermarsi alla bruttezza del sito e puntare il dito, oppure andare oltre e provare a capire che cosa quella persona abbia da raccontare.

Se quello scrittore riuscisse poi a trovare un pubblico e a guadagnare qualcosa attraverso il proprio lavoro, potrebbe diventare proprio il futuro cliente del professionista che, secondo alcuni, sarebbe stato sostituito. Potrebbe assumere un webmaster, un grafico o un editor e migliorare ciò che da solo era riuscito soltanto ad avviare.

L’intelligenza artificiale non avrebbe sottratto un cliente a un professionista. Avrebbe contribuito a crearne uno che prima non sarebbe mai esistito.

Spesso la scelta non è tra assumere una persona competente o sostituirla con una macchina. Talvolta l’unica alternativa reale è rinunciare completamente al progetto.

L’AI non garantisce talento, successo o qualità. Permette però a più persone di entrare nella stanza e provare a farsi ascoltare.

La stampella

Per me esiste anche un aspetto personale.

Ho difficoltà di memoria e attenzione. A volte non riesco a recuperare al volo una parola, un nome o un collegamento che so di conoscere. Posso avere perfettamente chiaro il significato di un concetto, ma non trovare il termine preciso per esprimerlo. Posso possedere un pensiero e faticare a organizzarlo verbalmente. La scrittura, spesso, è il mio rifugio sicuro.

Questo non significa che mi manchino cultura, idee o capacità di ragionamento. Significa che, tra ciò che possiedo e ciò che riesco a esprimere in quel momento, può frapporsi un ostacolo.

Sarei uno stupido a non prenderne atto.

L’intelligenza artificiale mi aiuta a ridurre quella distanza. Può ricordarmi un termine, aiutarmi a rendere più chiara una riflessione o recuperare un’associazione momentaneamente perduta.

Non mi ha dato quel pensiero. Mi ha aiutato a tirarlo fuori.

Per me, in alcuni momenti, può essere l’equivalente di una stampella.

Una stampella non sceglie il percorso, non stabilisce la destinazione e non trasforma chi la utilizza in una persona migliore. Può sostenere una persona generosa oppure un delinquente. È ancora l’essere umano a decidere dove andare e cosa fare una volta arrivato.

Seneca scriveva: «Per chi non sa quale porto raggiungere, nessun vento è favorevole». L’intelligenza artificiale può rendere il viaggio meno difficile, ma non sceglie il porto.

Giudicare una persona soltanto perché utilizza una stampella sarebbe superficiale. Prima di sostenere che avrebbe potuto percorrere la stessa strada senza, dovremmo almeno sapere se sia vero.

Eppure, quando riconosciamo, o crediamo di riconoscere, l’intervento dell’intelligenza artificiale, spesso smettiamo di chiederci dove quella persona stesse cercando di arrivare.

Vediamo la stampella e pronunciamo la sentenza.

Il processo alla copertina

Un’intelligenza artificiale può produrre un’immagine, ma non per questo diventa un grafico professionista. Può costruire un testo, ma non diventa automaticamente uno scrittore.

Un professionista possiede esperienza, sensibilità, cultura visiva o letteraria e capacità sviluppate attraverso anni di studio e lavoro. L’AI può assolvere alcune delle sue funzioni, spesso con risultati meno convincenti e coerenti rispetto a quelli di una persona competente.

Non sempre, però, l’immagine perfetta o il testo impeccabile rappresentano il vero obiettivo.

A volte un articolo nasce per proporre un’idea, recuperare un ricordo o aprire una discussione. Può essere soltanto la miccia. La vera esplosione avviene nei commenti, quando qualcuno riconosce un’esperienza, aggiunge un dettaglio personale o racconta un frammento di storia che nessun autore avrebbe potuto conoscere da solo.

Ma basta che una persona si fermi all’immagine, fiuti la presenza dell’intelligenza artificiale e trasformi immediatamente quel sospetto in un’accusa. Da quel momento non si discute più dell’idea, della ricostruzione o delle esperienze che il testo avrebbe potuto far emergere. Si processa lo strumento e si ignora tutto il resto.

Avviene allora una strana metamorfosi. Non nel contenuto, che conserva le intenzioni e il pensiero di chi lo ha realizzato, ma nello sguardo di chi lo osserva.

Gregor Samsa, dopo il proprio mutamento, continua a ricordare, preoccuparsi e provare affetto. Dietro la nuova forma esiste ancora la stessa persona. Sono gli altri che smettono gradualmente di cercarla.

Qualcosa di simile accade quando l’etichetta dell’intelligenza artificiale viene applicata a un’opera o al suo autore. Quella persona non perde improvvisamente la propria cultura, le proprie idee o la propria sensibilità. Sono gli altri che, riconosciuta una forma che li disturba, smettono di cercare ciò che esiste dietro di essa.

A quel punto la copertina non accompagna più l’articolo. Diventa la prova attraverso cui condannarlo.

Si può criticare un’immagine. La si può trovare brutta, inadeguata o discutibile. Ma giudicare un testo soltanto perché la copertina è stata realizzata con l’AI non è molto diverso dal giudicare un libro senza aprirlo.

L’accusa preventiva non diventa il detonatore della conversazione. Diventa la mano che spegne la miccia prima che possa accendersi.

E a perderci, in fondo, siamo tutti.

Ehi, ci sono anch’io

Retro-Gamers è nato da una mia idea e ancora oggi lo porto avanti quasi completamente da solo.

Non possiedo le risorse economiche necessarie per pagare una redazione, un grafico per ogni immagine, uno sviluppatore sempre disponibile, un traduttore e tutte le altre figure che un progetto del genere richiederebbe.

Come molte persone, ho un lavoro, una famiglia e un numero limitato di ore da dedicare a ciò che amo fare nel mio tempo libero.

Eppure sentivo il bisogno di comunicare, confrontarmi e tornare, dopo una giornata pesante, in quel luogo della memoria nel quale esistono ancora i pomeriggi passati davanti a un computer o a una console.

Senza strumenti capaci di darmi un aiuto concreto, Retro-Gamers avrebbe avuto dimensioni molto più ridotte oppure si sarebbe fermato per il troppo impegno richiesto. Avrei dovuto trovare persone disposte a offrire il proprio contributo senza nulla in cambio, aspettarne giustamente i tempi oppure rinunciare a parti importanti del progetto.

Avrei dovuto scalare una montagna a mani nude.

L’intelligenza artificiale non ha avuto l’idea di Retro-Gamers. Ha contribuito a renderla possibile.

Non ha vissuto la mia infanzia, scelto la direzione del progetto, costruito i rapporti con gli sviluppatori del passato o deciso quale comunità provare a creare. Non è stata lei a continuare quando il tempo era poco, quando ero stanco, quando la salute si è messa di mezzo o quando alcune accuse avrebbero potuto convincermi a lasciar perdere.

Mi ha aiutato a organizzare il lavoro, superare alcuni limiti tecnici, mettere ordine nei pensieri e velocizzare attività che altrimenti avrebbero richiesto mesi o anni.

Non l’ho usata per rimpiazzare una squadra che avrei potuto assumere. L’ho usata perché quella squadra non potevo permettermela.

Mi piacerebbe che Retro-Gamers crescesse abbastanza da coinvolgere sempre più persone, valorizzarne le competenze e, un giorno, riconoscere concretamente il loro lavoro.

Per arrivare a quel momento, però, il progetto deve prima esistere.

L’intelligenza artificiale mi ha permesso di dire: «Ehi, ci sono anch’io».

«Siamo capaci di starcene magari per quarant’anni rinchiusi in silenzio nel sottosuolo, ma se una volta riusciamo a liberarci e a tornare alla luce, allora cominciamo a parlare, parlare, parlare…»
Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Il valore di una casa

Non so dove arriverà Retro-Gamers. Non ho la sfera di cristallo.

Potrebbe non diventare mai un’attività capace di generare un vero profitto. Naturalmente mi piacerebbe che un giorno riuscisse almeno a sostenersi, permettendomi di investire nel progetto e riconoscere qualcosa a chi collaborerà.

Ma non è questo il metro con cui ne misuro il valore.

Se riuscirò a costruire una piccola comunità di appassionati che frequenta queste pagine come fossero casa propria, che torna per leggere, scrivere articoli, lasciare commenti e aggiungere un ricordo personale alle storie degli altri, allora avrò già raggiunto quasi tutto ciò che mi ero proposto.

Ci sarò arrivato anche grazie all’intelligenza artificiale. Non ho motivo di nasconderlo e non me ne devo vergognare. Tantomeno devo giustificarmi.

Le critiche costruttive sono necessarie in un percorso di crescita. Un errore deve essere corretto, un’immagine brutta può essere sostituita e un testo debole deve essere migliorato.

Diverso è il caso di chi non vuole discutere il contenuto, ma cerca soltanto il dettaglio con cui screditarlo. Non permetterò a quelle persone di decidere il destino del progetto.

Non continuo per convincere chi ha già stabilito che tutto ciò che sfiora l’intelligenza artificiale sia privo di valore. Continuo per chi legge davvero, per chi condivide un’esperienza, per chi aggiunge qualcosa che non conoscevo e per chi trasforma un articolo in una conversazione più ricca di quella che avrei potuto costruire da solo.

Siamo davvero coerenti?

Utilizziamo quotidianamente tecnologie che hanno sostituito attività, mestieri e abitudini del passato.

Comunichiamo istantaneamente con persone che vivono dall’altra parte del mondo. Traduciamo lingue che non conosciamo. Seguiamo un navigatore invece di consultare una mappa. Utilizziamo software che correggono errori, automatizzano calcoli e semplificano attività un tempo affidate ad altri professionisti.

Finché una tecnologia sostituisce la fatica o la competenza di qualcun altro, spesso la accettiamo senza troppi scrupoli.

Il problema sembra nascere quando si avvicina al nostro mestiere, alla nostra identità o al nostro piccolo spazio.

Allora diventa improvvisamente immorale.

Ma che cosa consideriamo davvero morale? Non è raro che alcuni dei più inflessibili paladini dei diritti d’autore siano cresciuti riempiendo hard disk di MP3, film, software o ROM scaricati senza porsi troppe domande. Questo non rende automaticamente legittimo qualsiasi utilizzo dell’intelligenza artificiale e una violazione non ne giustifica un’altra. Rivela però quanto la nostra indignazione possa essere selettiva: severissima quando una tecnologia minaccia il nostro lavoro, molto più elastica quando ci permette di ottenere gratuitamente qualcosa che desideriamo.

È comprensibile avere paura delle conseguenze economiche e sociali di una trasformazione così grande. Non è però coerente salvare soltanto le tecnologie che non ci calpestano i piedi e demonizzare quelle che raggiungono il nostro orticello.

A volte vediamo qualcuno ottenere un risultato migliore con strumenti che abbiamo a disposizione anche noi e preferiamo accusare il metodo, invece di interrogarci sul risultato.

A infastidirci è davvero lo strumento, oppure il fatto che qualcun altro sia riuscito a utilizzarlo meglio?

Prima di spezzare la stampella

L’intelligenza artificiale non è innocua, non è infallibile e non deve diventare una scusa per pubblicare contenuti falsi, copiare il lavoro altrui o sostituire indiscriminatamente le persone.

Dobbiamo criticarla, regolamentarla e pretendere trasparenza.

Ma critica e caccia alle streghe non sono la stessa cosa.

Siamo cresciuti difendendo computer e videogiochi da chi sosteneva che avrebbero distrutto la nostra fantasia, la nostra intelligenza e i rapporti umani. Oggi sappiamo che, per molti di noi, hanno prodotto anche l’effetto opposto. Ci hanno insegnato a immaginare mondi appena abbozzati, risolvere problemi, comunicare e costruire.

Forse dovremmo evitare di ripetere lo stesso errore dei nostri vecchi davanti a una nuova rivoluzione.

L’intelligenza artificiale non mi ha dato un pensiero né consegnato Retro-Gamers già fatto e finito. Mi ha aiutato a esprimere il primo e a costruire il secondo.

Prima di accusare qualcuno perché si è servito di una stampella, dovremmo almeno chiederci dove stesse cercando di andare.

E magari leggere ciò che aveva da raccontare prima di spezzargliela tra le mani.

Il paradosso più grande è che, qualche volta, ho trovato più disponibilità all’ascolto in uno strumento che in certe persone.

Non perché l’intelligenza artificiale provi emozioni, comprenda davvero le nostre fragilità o possieda una coscienza. Non lo fa. Ma è stata costruita per lavorare con il linguaggio e con una parte enorme del sapere accumulato dall’uomo. Quando la interroghiamo, può aiutarci a mettere ordine in un dubbio, riconoscere una debolezza o ritrovare parole che da soli non riuscivamo a recuperare.

Noi, invece, sembriamo perdere proprio questa disponibilità. Accusiamo prima di capire, giudichiamo prima di leggere, ci irrigidiamo nelle nostre convinzioni e trasformiamo sempre più spesso il confronto in uno scontro.

Abbiamo paura che una macchina possa sottrarci qualcosa di umano, mentre siamo spesso noi a rinunciare all’ascolto, alla curiosità e alla capacità di cambiare idea.

«Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco.»
Charlie Chaplin

L’intelligenza artificiale può riprodurre le forme dell’empatia, ma non può provarla. Eppure, se per trovare ascolto dobbiamo rivolgerci a uno strumento incapace di provare emozioni, forse la domanda non è quanto la macchina stia diventando umana, ma quanto noi stiamo smettendo di esserlo.

La cattiveria che cresce nelle nostre discussioni non ha bisogno di essere simulata. È autentica, appartiene a noi.

E di artificiale, purtroppo, non ha nulla.

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