Recensione
OceanSony PlayStation1997

Jersey Devil

Zucche mutanti, ali di pipistrello e atmosfere burtoniane: il platform 3D che sfidò i giganti della prima PlayStation.

Di Gianclaudio Pontecchiani 18 maggio 2026Tempo di lettura: 4 min.
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Verso la fine degli anni '90, l'industria dei videogiochi era scossa da una vera e propria frenesia da "mascotte". Il passaggio epocale alle tre dimensioni, guidato da giganti come Super Mario 64 e Crash Bandicoot, aveva convinto ogni singolo sviluppatore del pianeta che per sopravvivere servisse un eroe antropomorfo, possibilmente dotato di un'attitudine "cool" e leggermente ribelle.
In questo bizzarro scenario, i canadesi di Megatoon Studios—all'epoca costola della canadese Malofilm Interactive—decisero di pescare a piene mani dalle leggende metropolitane americane. Presero il mitico e terrificante "Diavolo del Jersey" (un mostro della tradizione folkloristica) e lo trasformarono in un adorabile, seppur pestifero, pipistrello viola con il volto da ragazzino e un costume da supereroe. Il gioco, distribuito in Europa dalla storica Ocean Software, nacque così: un platform 3D puro che cercava di infilarsi tra i grandi del genere, scommettendo tutto su un'atmosfera squisitamente halloweeniana.

Gameplay da Jersey Devil
Il gameplay è tra i più classici del periodo.


Zucche Mutanti e un Pipistrello Viola: La Follia di Dr. Knarf


La narrazione di Jersey Devil si muove sui binari della commedia horror slapstick in stile cartone animato del sabato mattina. Il cattivo di turno è il Dr. Knarf, uno scienziato pazzo che è riuscito a mutare la verdura locale in un esercito di mostriciattoli aggressivi, seminando il panico nella città di Jersey City (con tanto di zucche animate munite di gambe e braccia). Toccherà al nostro piccolo diavoletto viola sventare i piani del folle scienziato, attraversando sei macro-aree tematiche che spaziano da parchi di divertimento abbandonati a cimiteri spettrali, fino alle immancabili caverne e foreste oscure.
Il tono del gioco è uno dei suoi punti di forza maggiori: c'è un'aria deliziosamente macabra che non scade mai nel terrorizzante, ma che riesce a catturare perfettamente quel gusto per il brivido leggero tipico di produzioni cinematografiche come Hocus Pocus o i piccoli brividi letterari di quegli anni.

Il protagonista.
Inquietante al punto giusto!


Salti, Planate e l'Inesorabile Maledizione della Telecamera


Dal punto di vista del gameplay, il titolo si inserisce nel filone dei cosiddetti collectathon dell'era a 32-bit. Nei panni di Jersey Devil, il giocatore può correre, saltare, attaccare i nemici con pugni e giravolte e, soprattutto, planare per brevi distanze sfruttando le ali da pipistrello. Quest'ultima meccanica è fondamentale: la pianificazione dei salti e il tempismo nel calibrare la planata rappresentano la spina dorsale dell'intera esplorazione dei livelli.
La progressione richiede una sfilza di compiti ben precisi per poter sbloccare le aree successive:

Trovare e distruggere le casse di Nitro nascoste.

Salvare gli ostaggi imprigionati nelle gabbie.

Raccogliere le prime cinque lettere che compongono il nome del cattivo: K-N-A-R-F.

Se la struttura dei livelli si difende bene, con una discreta verticalità e segreti ben posizionati, è sul piano squisitamente tecnico dei controlli che il gioco mostra i segni del tempo. Jersey Devil soffre infatti della classica, inesorabile maledizione dei primi platform 3D: la telecamera. Spesso rigida, incline a incastrarsi dietro gli angoli dei poligoni o a cambiare inquadratura nei momenti meno opportuni, rende alcuni salti millimetrici frustranti e costringe il giocatore a lottare con i tasti dorsali per riposizionare la visuale. L'inerzia del personaggio, inoltre, è piuttosto marcata, dando a volte la sensazione di scivolare sul ghiaccio anche sulle superfici normali.

Un livello di Jersey Devil
Le ambientazioni non erano troppo varie, ma restavano grottesche e affascinanti.


Atmosfere da "Nightmare Before Christmas" e Note Spettrali


Se c'è un comparto in cui il titolo del binomio Megatoon/Malofilm grida "capolavoro" senza mezzi termini, quello è il comparto artistico e sonoro. Visivamente, il gioco spreme l'hardware PlayStation per regalare mondi colorati ma cupi, ricchi di architetture sghembe, alberi contorti e tonalità violacee e arancioni che richiamano palesemente l'immaginario di Tim Burton. I modelli poligonali sono semplici, ma la caratterizzazione della mascotte e dei bizzarri nemici vegetali compensa ampiamente la spigolosità del motore grafico.
Il vero colpo di fulmine arriva però dalle orecchie. La colonna sonora, interamente orchestrale e firmata da Gilles Léveillé, è un tributo clamoroso allo stile di Danny Elfman. Le tracce mescolano ottoni grotteschi, xilofoni saltellanti e cori spettrali, creando un tappeto sonoro di una qualità spiazzante per l'epoca, capace di elevare l'intera esperienza di gioco e di stamparsi nella memoria del giocatore anche a distanza di decenni.

Jersey Devil
Viola e con le corna prima che diventasse 'mainstream' grazie ai draghi. Nel 1997 si planava solo in modalità diabolica.
7.5 Voto
Verdetto

Il giudizio finale

Jersey Devil si colloca in quella folta schiera di titoli PlayStation che non sono riusciti a fare il salto nell'Olimpo degli immortali a causa di una rigidità strutturale nei controlli e nella gestione della visuale. Chi è abituato alla precisione chirurgica di un Spyro o alla fluidità di un Crash troverà qui pane duro per i suoi denti e qualche travaso di bile di troppo a causa della telecamera ballerina. Eppure, sarebbe un errore imperdonabile dimenticarlo. Il fascino della sua atmosfera, la straordinaria colonna sonora e il coraggio dello studio canadese (che da lì a poco si sarebbe ribattezzato Behaviour Interactive) nel proporre un horror a misura di bambino lo rendono un perfetto esempio di quella creatività ingenua, sperimentale e irresistibile che ha caratterizzato la fine degli anni novanta. Se siete disposti a chiudere un occhio sulle asperità tecniche del primo 3D, il viaggio a Jersey City vi regalerà una splendida, nostalgica notte di Halloween virtuale.

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