Verso la fine degli anni '90, l'industria dei videogiochi era scossa da una vera e propria frenesia da "mascotte". Il passaggio epocale alle tre dimensioni, guidato da giganti come Super Mario 64 e Crash Bandicoot, aveva convinto ogni singolo sviluppatore del pianeta che per sopravvivere servisse un eroe antropomorfo, possibilmente dotato di un'attitudine "cool" e leggermente ribelle.
In questo bizzarro scenario, i canadesi di Megatoon Studios—all'epoca costola della canadese Malofilm Interactive—decisero di pescare a piene mani dalle leggende metropolitane americane. Presero il mitico e terrificante "Diavolo del Jersey" (un mostro della tradizione folkloristica) e lo trasformarono in un adorabile, seppur pestifero, pipistrello viola con il volto da ragazzino e un costume da supereroe. Il gioco, distribuito in Europa dalla storica Ocean Software, nacque così: un platform 3D puro che cercava di infilarsi tra i grandi del genere, scommettendo tutto su un'atmosfera squisitamente halloweeniana.
Zucche Mutanti e un Pipistrello Viola: La Follia di Dr. Knarf
La narrazione di Jersey Devil si muove sui binari della commedia horror slapstick in stile cartone animato del sabato mattina. Il cattivo di turno è il Dr. Knarf, uno scienziato pazzo che è riuscito a mutare la verdura locale in un esercito di mostriciattoli aggressivi, seminando il panico nella città di Jersey City (con tanto di zucche animate munite di gambe e braccia). Toccherà al nostro piccolo diavoletto viola sventare i piani del folle scienziato, attraversando sei macro-aree tematiche che spaziano da parchi di divertimento abbandonati a cimiteri spettrali, fino alle immancabili caverne e foreste oscure.
Il tono del gioco è uno dei suoi punti di forza maggiori: c'è un'aria deliziosamente macabra che non scade mai nel terrorizzante, ma che riesce a catturare perfettamente quel gusto per il brivido leggero tipico di produzioni cinematografiche come Hocus Pocus o i piccoli brividi letterari di quegli anni.
Salti, Planate e l'Inesorabile Maledizione della Telecamera
Dal punto di vista del gameplay, il titolo si inserisce nel filone dei cosiddetti collectathon dell'era a 32-bit. Nei panni di Jersey Devil, il giocatore può correre, saltare, attaccare i nemici con pugni e giravolte e, soprattutto, planare per brevi distanze sfruttando le ali da pipistrello. Quest'ultima meccanica è fondamentale: la pianificazione dei salti e il tempismo nel calibrare la planata rappresentano la spina dorsale dell'intera esplorazione dei livelli.
La progressione richiede una sfilza di compiti ben precisi per poter sbloccare le aree successive:
Trovare e distruggere le casse di Nitro nascoste.
Salvare gli ostaggi imprigionati nelle gabbie.
Raccogliere le prime cinque lettere che compongono il nome del cattivo: K-N-A-R-F.
Se la struttura dei livelli si difende bene, con una discreta verticalità e segreti ben posizionati, è sul piano squisitamente tecnico dei controlli che il gioco mostra i segni del tempo. Jersey Devil soffre infatti della classica, inesorabile maledizione dei primi platform 3D: la telecamera. Spesso rigida, incline a incastrarsi dietro gli angoli dei poligoni o a cambiare inquadratura nei momenti meno opportuni, rende alcuni salti millimetrici frustranti e costringe il giocatore a lottare con i tasti dorsali per riposizionare la visuale. L'inerzia del personaggio, inoltre, è piuttosto marcata, dando a volte la sensazione di scivolare sul ghiaccio anche sulle superfici normali.
Atmosfere da "Nightmare Before Christmas" e Note Spettrali
Se c'è un comparto in cui il titolo del binomio Megatoon/Malofilm grida "capolavoro" senza mezzi termini, quello è il comparto artistico e sonoro. Visivamente, il gioco spreme l'hardware PlayStation per regalare mondi colorati ma cupi, ricchi di architetture sghembe, alberi contorti e tonalità violacee e arancioni che richiamano palesemente l'immaginario di Tim Burton. I modelli poligonali sono semplici, ma la caratterizzazione della mascotte e dei bizzarri nemici vegetali compensa ampiamente la spigolosità del motore grafico.
Il vero colpo di fulmine arriva però dalle orecchie. La colonna sonora, interamente orchestrale e firmata da Gilles Léveillé, è un tributo clamoroso allo stile di Danny Elfman. Le tracce mescolano ottoni grotteschi, xilofoni saltellanti e cori spettrali, creando un tappeto sonoro di una qualità spiazzante per l'epoca, capace di elevare l'intera esperienza di gioco e di stamparsi nella memoria del giocatore anche a distanza di decenni.
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