Nel 1998, l'industria videoludica viveva una vera e propria ossessione per le inquadrature fisse e i fondali pre-renderizzati. Il successo planetario di Resident Evil aveva dettato le nuove leggi dell'avventura tridimensionale, spingendo quasi ogni sviluppatore a tentare la scalata al successo imitando quella formula claustrofobica. Sunsoft, brand storico che all'epoca cercava un rilancio di peso sulla trentadue bit di Sony, decise di inserirsi in questo filone, ma con un approccio radicalmente diverso. Invece di trascinare il giocatore nell'ennesimo incubo horror fatto di zombie e corridoi angusti, gli sviluppatori presero l'impostazione tecnica dell'avventura statica e la fusero con l'adrenalina di un anime d'azione cyberpunk. Il risultato è Hard Edge, una bizzarra e affascinante via di mezzo che si configura come una sorta di Die Hard futuristico in salsa nipponica, dove i ritmi compassati del survival horror lasciano spazio a combo marziali, mazzate da orbi e una gestione della squadra decisamente all'avanguardia per l'epoca.
Intrigo alla Togusa Tower: Die Hard in salsa Anime
La trama di Hard Edge non nasconde minimamente le proprie radici nei classici b-movie d'azione degli anni novanta. La vicenda si svolge all'interno della Togusa Tower, un grattacielo iper-tecnologico che diventa teatro di un assedio terroristico da parte di un gruppo paramilitare noto come "Vanguard". L'obiettivo del commando è il sequestro di un importante scienziato e della figlia, scatenando l'intervento di una squadra d'assalto speciale governativa, che viene però rapidamente decimata dagli occupanti. I soli sopravvissuti all'incursione iniziale sono Alex e Michelle, due agenti rimasti isolati che decidono di tentare un'infiltrazione solitaria nel tentativo di ribaltare le sorti dell'assedio.
L'avventura si dipana in un crescendo narrativo che vede il duo allargarsi fino a formare un quartetto di personaggi giocabili, ognuno caratterizzato da un design squisitamente anime-style che sembra uscito direttamente dai migliori OAV di fine millennio. Non c'è traccia delle atmosfere opprimenti tipiche dell'horror di Capcom; al contrario, il titolo abbraccia un'estetica da sala giochi, sorretta da dialoghi volutamente camp, una narrazione leggera e una colonna sonora industrial-rock martellante, capace di pompare adrenalina in ogni singolo scontro.
Tank a quattro
Il cuore pulsante e, al contempo, l'elemento più divisivo di Hard Edge risiede nel suo sistema di gioco. Il titolo adotta i classici controlli "tank" tipici dell'epoca, dove il personaggio ruota su se stesso prima di avanzare, ma sposta radicalmente il focus verso il combattimento corpo a corpo. La vera innovazione, in grado di distinguere questo titolo dalla massa, è la possibilità di passare da un membro all'altro della squadra in tempo reale con la semplice pressione del tasto Select.
Il roster è bilanciato con estrema cura per offrire stili di lotta complementari. Alex funge da eroe bilanciato, capace di impugnare un manganello tonfa ed è l'unico in grado di utilizzare una pistola, sebbene le munizioni siano limitate. Michelle rappresenta l'anima marziale del gruppo, dotata di una velocità superiore e armata di coltello da combattimento. Burns incarna il ruolo del colosso, una forza bruta con guanti cibernetici necessari per spostare oggetti pesanti e abbattere barriere invalicabili per gli altri. Rachel completa il quadro con il suo bastone stordente, essendo l'unica in grado di infilarsi in condotti di ventilazione angusti. La progressione non è mai lineare, ma richiede al giocatore di comprendere quale personaggio sia più adatto a risolvere i vari enigmi ambientali e quali combo utilizzare contro i diversi tipi di terroristi e cyborg. Il fatto che i nemici non riappaiano all'infinito e rilascino costantemente oggetti curativi trasforma ogni fase di esplorazione in una metodica, appagante opera di bonifica dell'edificio.
Il Mistero di T.R.A.G.
Visivamente, Hard Edge riflette le tipiche contraddizioni estetiche della prima era 3D. I fondali pre-renderizzati della Togusa Tower offrono scorci di laboratori asettici, uffici devastati e riflessi metallici che, per l'epoca, riuscivano a ricreare un'atmosfera coerente e solida. Il contrasto più forte emerge osservando i modelli poligonali dei personaggi: spigolosi, privi di dettagli e con texture talvolta poco definite, ma dotati di un carisma indiscutibile. Le animazioni dei combattimenti ravvicinati, in particolare, sono sorprendentemente fluide, offrendo una sensazione di impatto dei colpi che era raro trovare su console all'alba del nuovo millennio. Particolarmente curate sono le cinematiche in FMV, segmenti animati di alta qualità che all'epoca rappresentavano il massimo standard comunicativo per un titolo PlayStation.
Sul piano della localizzazione, il gioco ha subito le classiche vicissitudini degli anni novanta. Nel mercato nordamericano, il titolo fu ribattezzato T.R.A.G.: Mission of Mercy, un nome che tentava di dare un tono più tattico al prodotto. Sebbene la struttura interna rimanesse invariata, l'adattamento occidentale spinse ancora di più il pedale sugli stereotipi dei dialoghi. In Italia, nonostante il gioco mantenne il titolo originale, fummo privati di qualsiasi localizzazione linguistica, costringendoci ad affrontare testi e doppiaggio interamente in inglese, una barriera che però non impedì ai giocatori più audaci di apprezzare la profondità del gameplay.
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