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Commodore PET, VIC-20, Commodore 16 e 128: i fratelli meno celebrati che hanno fatto la storia

I Commodore meno celebri che hanno costruito le fondamenta dell’home computing.

Di Marco Finelli 10 aprile 2026Tempo di lettura: 4 min.

Commodore prima del mito

Prima che il Commodore 64 diventasse il simbolo dell’home computing e prima che l’Amiga ridefinisse il concetto di computer multimediale, esisteva una fase meno raccontata ma fondamentale nella storia dell’azienda. Una fase fatta di sperimentazione, intuizioni brillanti e anche qualche passo falso, incarnata da macchine come il Commodore PET, il VIC-20, il Commodore 16 e il Commodore 128.

Non si tratta semplicemente di modelli “minori”, ma di tasselli essenziali che hanno contribuito a costruire l’identità di Commodore, accompagnando il passaggio dai computer per pochi appassionati a strumenti sempre più accessibili e diffusi nelle case, nelle scuole e negli uffici.

Il Commodore PET: quando il computer era una cosa seria

Presentato nel 1977, il Commodore PET rappresenta uno dei primi tentativi concreti di trasformare il computer in un oggetto utilizzabile al di fuori di ambienti specialistici. Il suo design compatto, con monitor e registratore integrati, lo rendeva immediatamente operativo, una caratteristica rivoluzionaria per l’epoca.

La sua diffusione fu particolarmente significativa nel mondo educativo, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove venne adottato come strumento per l’insegnamento della programmazione. In Italia la presenza fu più limitata, ma comunque significativa nei primi laboratori scolastici.

Il lato ludico rimase marginale, lasciando spazio soprattutto all’apprendimento e alla sperimentazione.

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Il Commodore PET

VIC-20: il computer entra in salotto

Con il VIC-20, Commodore compie un passo decisivo verso il mercato di massa. Lanciato nel 1980, è il primo computer a superare il milione di unità vendute, grazie a un prezzo accessibile e a una strategia commerciale aggressiva.

Per molti utenti, anche in Italia, rappresenta il primo vero contatto con l’informatica domestica. Collegato alla televisione di casa, semplice da usare e immediato, il VIC-20 riesce a trasformare il computer in un oggetto familiare.

È con questa macchina che il computer entra anche nel mondo dell’intrattenimento domestico, aprendo la strada a una nuova forma di utilizzo più immediata e accessibile.

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Un'immagine presa dalla box originale del Commodore VIC-20

Commodore 16: economico, ma fuori tempo

Il Commodore 16 arriva nel 1984 con l’obiettivo di presidiare la fascia economica del mercato e sostituire il VIC-20. Sulla carta introduce miglioramenti interessanti, soprattutto nella grafica e nel linguaggio BASIC, ma si scontra con una realtà difficile: il dominio ormai incontrastato del Commodore 64.

La mancanza di compatibilità con il software del C64 si rivela un limite pesante, riducendo drasticamente il supporto da parte degli sviluppatori. Nonostante ciò, in Europa e in particolare in Italia, il C16 riesce a ritagliarsi uno spazio importante, diventando spesso il primo computer per molti giovani utenti.

Il lato videoludico rimane presente, ma senza raggiungere la varietà e la diffusione del fratello maggiore.

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Un manifesto pubblicitario dell'epoca che mostrava il Commodore 16 e tutte le sue periferiche
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Il bistrattato Commodore 128 con la sua celebre schermata verde

Commodore 128: il gigante incompreso

Nel 1985 Commodore introduce il Commodore 128, una macchina tecnicamente avanzata e ricca di potenzialità, pensata per essere allo stesso tempo evoluzione del C64 e ponte verso un utilizzo più professionale.

Compatibile con il Commodore 64, ma dotato di 128 KB di RAM, modalità a 80 colonne e un BASIC 7.0 molto più evoluto, il C128 avrebbe potuto rappresentare un nuovo standard. Tuttavia, la maggior parte degli utenti continua a utilizzarlo in modalità C64, mentre gli sviluppatori preferiscono non abbandonare una base installata già enorme.

Il risultato è una macchina spesso sottoutilizzata, ma oggi particolarmente affascinante proprio per questa sua natura ibrida. In Italia trova una discreta diffusione, senza però raggiungere l’impatto del C64.

Ed è forse proprio questo il punto più interessante: anche quando si parlava di evoluzione, il cuore dell’esperienza restava quello del Commodore 64. Ancora oggi, è quella sensazione a essere la più ricercata, tanto che esistono versioni moderne del C64 pensate per chi vuole rivivere quell’epoca senza dover recuperare hardware originale.

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The C64 Maxi (replica full-size con tastiera funzionante)

The C64 Mini (compatto, plug & play)

The C64 Mini Black (edizione speciale)

Giochi e software: creatività oltre i limiti

Il panorama software di queste macchine riflette perfettamente i loro limiti e le loro ambizioni. Sul Commodore PET il gioco è spesso un’estensione dell’apprendimento, fatto di programmi in BASIC digitati manualmente e piccole esperienze interattive più educative che spettacolari.

Con il VIC-20, invece, il videogioco assume un ruolo centrale. Nonostante la memoria ridotta, titoli come Gorf, Jupiter Lander o Radar Rat Race dimostrano come la creatività degli sviluppatori potesse compensare le limitazioni hardware.

Il Commodore 16 prosegue su questa linea con una libreria più contenuta ma comunque interessante, mentre il Commodore 128 vive una situazione particolare, in cui la maggior parte dei giochi viene utilizzata in modalità C64, limitando lo sviluppo di titoli realmente dedicati.

Più che per i singoli capolavori, queste macchine vanno ricordate per aver formato una generazione di utenti che imparava non solo a giocare, ma anche a creare.

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Radar Rat Race - VIC-20 - HAL Laboratory -1981

Un’eredità più importante di quanto si pensi

Il Commodore PET, il VIC-20, il Commodore 16 e il Commodore 128 rappresentano quattro approcci diversi allo stesso obiettivo: rendere il computer sempre più accessibile. Ognuno di loro ha contribuito a costruire le basi su cui si svilupperanno il Commodore 64 e l’Amiga, influenzando non solo il mercato, ma anche il modo in cui le persone si rapportano alla tecnologia.

Riscoprirli oggi significa comprendere meglio un’epoca di grande fermento, in cui ogni nuova macchina poteva cambiare le regole del gioco.