Memories

The Addams Family: il flipper nella nebbia del Bar Acquario

Un ricordo di scuola, pullman, fumo, record battuti e sfide interminabili attorno a un flipper che sembrava parlare a tutto il bar.

Di Marco Finelli 4 maggio 2026Tempo di lettura: 7 min.
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Il 272 e il bar al capolinea

Facevo le medie alla Ugo Foscolo di piazza Pallavicini, a Genova. Per tornare a casa prendevo il 272, e al capolinea c’era un bar che per noi non era soltanto un bar. Si chiamava Bar Acquario, e già il nome raccontava qualcosa di Giorgio, il proprietario: baffi, passione per i pesci, un acquario vero da osservare e curare, e attorno tutto il resto del mondo adulto degli anni Novanta.

Il banco, le tazzine, la macchina del caffè, la televisione accesa, i clienti abituali. E poi, in fondo, le macchine. Coin-op, flipper, luci, schermi, pulsanti, gettoni. Una piccola sala giochi nascosta dentro un normale bar di quartiere.

C’era anche quella nebbia continua che oggi sembra impossibile da immaginare, ma che allora faceva parte dell’ambiente. I cabinati e i vetri dei flipper non erano oggetti da collezione: erano macchine vissute, segnate, con una patina di nicotina addosso. Gli adulti giocavano con la sigaretta in mano, la appoggiavano sopra il vetro o negli incavi dei coin-op, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

All’uscita da scuola finivamo spesso lì. Non ricordo sempre se per aspettare il pullman, per perdere tempo o semplicemente perché quel posto ci attirava. So solo che, a un certo punto, il Bar Acquario diventò una tappa obbligata. Prima di tornare a casa, prima dei compiti, prima di tutto: una partita, o almeno qualche minuto a guardare gli altri giocare.

Il flipper che sembrava vivo

Tra quelle macchine ce n’era una che sembrava avere una presenza diversa: The Addams Family.

Non era solo un flipper colorato o riconoscibile per via del film. Sembrava vivo. Aveva luci, rumori metallici, scatti improvvisi, battute digitalizzate, pause teatrali e ripartenze violente. Bastava sentirlo da lontano per capire che qualcuno stava giocando.

Ricordo le urla di Fester, Morticia che pronunciava “Gomez”, il Cugino Itt che annunciava o accompagnava il multiball, e quella confusione meravigliosa in cui ogni suono sembrava voler richiamare l’attenzione di tutto il bar. The Addams Family non stava mai davvero zitto: commentava, chiamava, provocava, premiava.

Io, a dire il vero, ci giocavo poco. O almeno questo è il ricordo che ho. Più che giocatore, ero spettatore. Mi piaceva guardare. Restavo vicino al vetro a seguire le partite degli altri, le traiettorie della pallina, i riflessi di chi sapeva colpire al momento giusto, le mani che si muovevano senza pensarci troppo.

I bravi giocatori sembravano parlare direttamente con la macchina. Davano piccoli colpi laterali al mobile con una naturalezza incredibile, salvavano palline che per me erano già perse, prendevano rampe e bersagli come se sapessero in anticipo dove sarebbe andato tutto. Io magari non capivo davvero le regole, ma capivo quando una partita stava diventando importante.

The Addams Family Flipper Pinball Bally
The Addams Family non era un flipper silenzioso: luci, voci digitalizzate e presenza scenica sembravano chiamare tutto il bar.

Franco, la Guzzi e l’acquario

C’erano ragazzi più grandi, adulti, clienti abituali. E poi c’era Franco.

Franco era il papà del mio migliore amico, ma al Bar Acquario era anche qualcosa di più: uno di quelli che facevano parte del posto. Giocava con noi, parlava con tutti, sapeva fare un po’ di tutto. Era anche lui a occuparsi della manutenzione dell’acquario, come se quel dettaglio desse ancora più senso al nome del locale.

Lo riconoscevi prima ancora di vederlo. Arrivava con la sua Moto Guzzi California, autoradio accesa e quel borbottio delle marmitte che non potevi confondere con nient’altro. Prima lo scoppiettio, poi la musica, poi lui. Oggi sembra quasi una scena scritta apposta, ma allora era semplicemente il modo in cui certe persone entravano nei ricordi.

La moto fuori, il bar dentro, il fumo, il flipper, noi ragazzini con gli zaini e gli adulti davanti alle stesse macchine. Ripensandoci oggi, la cosa più strana è proprio questa: davanti a quel flipper le età si mescolavano. Non era come a scuola, dove gli adulti erano professori, genitori, bidelli, figure separate. Lì erano avversari, compagni di gioco, spettatori, gente da battere o da osservare.

Poteva esserci un ragazzino con lo zaino ancora sulle spalle e accanto un uomo con la sigaretta tra le dita, entrambi concentrati sulla stessa pallina.

Lo “stock” della partita vinta

Le sfide potevano durare tantissimo.

The Addams Family aveva questa capacità: trasformava una partita in un piccolo evento. Quando qualcuno era bravo, lo capivi anche senza conoscere davvero tutte le regole. La pallina restava viva più a lungo del normale, le rampe si accendevano, le voci partivano al momento giusto, il punteggio saliva e attorno si creava quella tensione silenziosa di chi guarda e aspetta l’errore. O il colpo perfetto.

A furia di stare lì, avevo imparato la lingua della macchina. Non da giocatore, ma da spettatore. Sapevo quando qualcosa stava andando bene, quando il flipper stava entrando in una fase importante, quando il giocatore aveva appena salvato una pallina destinata a sparire. Ogni suono aveva un significato, anche se non lo avrei saputo spiegare.

E poi c’era quel momento.

Quando qualcuno batteva il record, o comunque arrivava a una soglia importante, arrivava lo “stock”, quel colpo secco del knocker. Quel colpo secco, netto, inconfondibile, che significava una cosa sola: partita vinta. Credito guadagnato. Un’altra possibilità.

Per noi era una specie di applauso meccanico. Non serviva che qualcuno dicesse nulla. Lo sentivi e capivi. Il flipper aveva riconosciuto il giocatore e gli aveva concesso altro tempo. In un bar dove tutto scorreva — caffè, sigarette, pullman, clienti che entravano e uscivano — quello stock fermava il pomeriggio per un istante. Come se dicesse: resta ancora.

The Addams Family Flipper Pinball Bally
Il piano di gioco era un piccolo teatro meccanico: rampe, luci, colpi secchi e quella pallina che sembrava non voler morire mai.

Prima della collezione, la vita quotidiana

The Addams Family, prodotto da Bally nel 1992 e ispirato al film dell’anno precedente, sarebbe diventato uno dei flipper più celebri e diffusi di sempre. Ma questa è una cosa che ho capito dopo.

All’epoca non mi interessavano i numeri, la tiratura, il valore da collezione o l’importanza storica. Per me era semplicemente il flipper del Bar Acquario. Quello che sentivi appena entravi. Quello attorno a cui trovavi sempre qualcuno. Quello che sembrava più grande del locale che lo ospitava.

Oggi i flipper vengono fotografati, restaurati, collezionati. Li vedi puliti, illuminati bene, con i vetri perfetti e le plastiche tirate a lucido. È bellissimo, certo. Ma nel mio ricordo The Addams Family non è così.

È leggermente sporco, fumoso, pieno di impronte. Ha la luce filtrata dal fumo delle sigarette, il rumore del caffè dietro, la porta del bar che si apre, il motore della Guzzi fuori, noi con gli zaini e gli adulti che giocano come se fossero ragazzi anche loro.

Non era un oggetto da esposizione. Era un pezzo di vita quotidiana.

Quello che resta

Forse è questo che oggi manca di più. Non il fumo, quello no. Non le macchie di nicotina sui cabinati, non le sigarette appoggiate sui vetri, non quell’aria pesante che ti restava addosso. Quello possiamo lasciarlo tranquillamente agli anni Novanta.

Ma manca il resto: il fatto che un gioco potesse stare in un luogo pubblico e mescolare persone diverse. Ragazzi e adulti, esperti e curiosi, chi giocava e chi guardava, chi passava per un caffè e finiva a commentare una partita.

Il flipper era fisico, rumoroso, sociale. Non lo possedevi. Lo trovavi. Dovevi uscire di casa, arrivare al bar, avere qualche moneta, aspettare il tuo turno. Anche quando non giocavi, partecipavi. Guardavi, imparavi, tifavi, prendevi in giro, restavi lì. La partita era di chi premeva i pulsanti, ma un po’ anche di tutti quelli che stavano attorno.

Quando penso a The Addams Family, quindi, non penso subito a una scheda tecnica. Penso alla Ugo Foscolo, al 272, al Bar Acquario. Penso a Giorgio, ai baffi, all’acquario. Penso a Franco che arrivava con la Moto Guzzi California e lo stereo acceso. Penso alle voci digitalizzate, alle sfide interminabili dopo scuola, a Fester che urlava, a Morticia che chiamava Gomez, al Cugino Itt e al multiball.

E soprattutto penso a quel suono secco, quello stock improvviso, che regalava un’altra partita.

Un rumore piccolo, metallico, quasi banale. Ma per un ragazzino fermo al capolinea, in un bar pieno di fumo e luci, poteva sembrare la promessa che il pomeriggio non fosse ancora finito.