Commander Keen 4: Secret of the Oracle

Di Tom Hall – id Software (1991) – MS-DOS

Prima che id Software inondasse il mondo di frattaglie di demoni immondi, se la spassava allegramente su mondi alieni, saltando qua e là, in compagnia di un super-bambino.

“Le pozzanghere e le nuvole sono di cartone, i palazzi con la luna sopra sono un’illusione” 

… Avete riconosciuto la strofa citata? 
È un mio piccolo chiodo fisso, un’idea bizzarra che da anni periodicamente torna a farmi visita; la canzone è “Crazy Boy”, scritta (e poi cantata) da Samuele Bersani. 
Insomma, giocate a Keen e poi ditemi se non ci sono fin troppe analogie: anche le date son lì per coincidere.

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Un piccolo protagonista

Idee stravaganti a parte, il gioco di cui parliamo oggi, pescato dagli archivi di RetroEdicola Club, fa parte di una saga di sei titoli (più uno apocrifo, uscito su Game Boy) che ci vede impersonare un ragazzino prodigio di otto anni, Billy Blaze, intento segretamente a difendere la terra. Delle due trilogie il mio preferito, forse il più popolare, è sicuramente il capitolo “Secret of the Oracle”, quarto titolo e il primo della trilogia “Goodbye, Galaxy”.

All’apparenza la trama è il solito cliché, con l’eroe che non cerca fama e popolarità ma colpisce segretamente la criminalità, e solo questo ha un suo fascino che non tramonta mai, ma ha anche un dipanarsi di eventi che intrappolano il videogiocatore in una storia ben congegnata. 
A Billy Blaze, aka Commander Keen, si contrappone la razza aliena Vorticons, che guarda caso ha l’obiettivo di distruggere nientemeno che la galassia intera: il nostro eroe però, scoperta la minaccia, sfruttando la sua incredibile intelligenza, parte alla volta di Marte costruendo il mitico “Bean-With-Bacon Megarocket”, un Megarazzo fatto con pezzi trovati in casa e… Fagioli e Bacon!

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Attraverso la trilogia

Nella prima trilogia di Keen “Invasion of the Vorticons” veniamo intrappolati sul Pianeta Rosso, intenti tra l’altro a ricostruire il Megarazzo e acquisiamo anche l’iconico ‘pogo stick’, per poi scoprire che dietro ai minacciosi alieni si cela un misterioso “Intelletto Superiore”. Tornato sulla Terra, che corrisponde al secondo gioco, vediamo Keen difenderla dai pericolosi cannoni che minacciano di distruggere gli otto monumenti più importanti del nostro pianeta. Nel terzo capitolo, infine, Keen parte alla volta del pianeta dei Vorticons, per scoprire chi sia questo misterioso “Intelletto Superiore”.

La nostra storia parte da questo punto, con la nuova trilogia “Goodbye Galaxy!”: grazie alla nuova Faster-than-Light (una potente radio assemblata in casa), intercetta i piani degli Shikadi, guarda un po’, per distruggere la galassia. 
In cerca d’aiuto e per avere informazioni sull’Intelletto Superiore, Keen fa rotta per il pianeta Gnosticus IV dove vivono i Guardiani dell’Oracolo, ma scopre che sono tutti prigionieri.

In “Secret of the Oracle” la meccanica di gioco è ormai perfettamente rodata, aggiungendo, rispetto al passato, livelli più estesi e una gran varietà di nemici. Il sistema di gioco fa uso di una World Map che prende il nome di Shadowlands: da questa mappa interattiva si ha accesso ai vari livelli. La struttura quindi non è lineare, avremo sempre un gruppo di livelli che potremo affrontare nell’ordine che preferiamo, anche se per accedere oltre dovremo comunque finirli tutti, in modo da sbloccare tutte le numerose aree di gioco.

Gli effetti

Esteticamente parlando, il gioco è uno spettacolo, anche se la palette cromatica risente ancora della acidità dei colori dettati dalla vecchia generazione di schede grafiche EGA e CGA (vi basti sapere che il viola era il colore dominante); il tutto funziona e rende il mondo di Keen qualcosa di incredibilmente alieno e gommoso. Se a questo aggiungiamo dettagli a profusione, iniziamo a vedere quanto amore è stato riposto nella sua realizzazione. 
Per estensione, l’audio non è da meno: soprattutto gli FX (effetti sonori) sono così caratteristici che sono entrati nell’immaginario collettivo dei Dos Gamers.

Il Gameplay, ingloriosamente bollato “alla Mario”, è invece diverso e grazie al salterello (il già citato pogo stick) si aprono dinamiche di gioco divertentissime, nonché strumento per raggiungere i numerosi passaggi segreti. 
D’altronde, le etichette lasciano il tempo che trovano, soprattutto nei primi anni ’90, tutto quello che saltava era “alla Mario”: ma fidatevi, Keen tolta qualche similitudine, è un gioco con una sua anima e personalità.

Tra mosse e tecniche

Essendo un gioco Dos la tastiera è il mezzo principale di controllo: così Keen salta col tasto SHIFT, spara con CTRL e usa il suo trampolino con la barra spaziatrice. 
Al solito i tasti direzionali destra e sinistra ci fanno muovere, mentre freccia su e freccia giù fanno scrollare lo schermo in modo da avere una visione più ampia su dove dirigersi. 
Da buon retrogame, Commander Keen è un gioco ostico: poche munizioni, poche vite e nemici tosti che vanno uccisi con tecniche disparate e disperate. 
Vero che potete salvare in ogni momento, ma con grande maestria gli infami programmatori hanno creato molti tranelli che ci metteranno in seria difficoltà in caso di salvataggio troppo vicino a punti critici. Tuttavia, il fattore di sfida non è impossibile, così come la voglia di vedere tutta la storia vi farà tenere duro, e anche quando sarà finito, tornerete spesso a giocare, forte anche del fatto che i livelli, come detto, non sono lineari, ma propongono percorsi multipli.

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Il finale del capitolo

Potrei chiudere il nostro amarcord ora, se non fosse che, a questo punto, due parole sull’ “Intelletto Superiore” ci vogliono. 

Curiosi vero? 
Pensate che si è dovuto aspettare anni prima dello scontro finale!

Infatti la Saga di Keen è stata a lungo incompleta: alla fine delle due trilogie si sarebbe dovuto fare il gran finale con “The Universe Is Toast”. Purtroppo la software house Id volò su altri progetti, lasciando solo delle briciole sotto forma di indizi su questo misterioso nemico. L’ultimo boss fight di Keen 3 è un gigantesco robot, che fino all’ultimo crediamo comandato da questa entità, ma una volta sconfitto scopriamo che è solo un androide con le sembianze di un bambino simile a Keen. 
Si hanno tracce in una lettera scritta in alfabeto Galattico Standard, che illustra alcuni dettagli del suo odio per l’universo, e infine, in Keen 5 viene mostrato il suo casco, ancora una volta simile a quello del nostro eroe, ma nero con incise due lettere M.

Per fortuna un gruppo di temerari, partendo dai giochi originali della trilogia “Goodbye Galaxy”, li ha modificati per dare una degna conclusione alla storia.
Anche se parliamo di fangame, il livello qualitativo è mantenuto alto e la storia scritta con grande passione per il personaggio: credo che più di così, anche gli autori originali, non avrebbero potuto fare. Nello splendido finale, scopriamo che Mortimer McMire, un compagno di scuola e fratello della baby-sitter di Keen (che viene rapita nel sesto capitolo), è il rivale tanto a lungo cercato: dotato di 315qi, un solo punto in più rispetto a Keen, a cui si rivolge chiamandolo per l’appunto 314. 
Reputa tutti esseri inferiori, anche i fedeli Vorticons e gli Shikadi, ed è questo è il suo motivo per voler distruggere l’universo.

Non vi ho voluto svelare tutti i dettagli di questa epica saga, e concludiamo così quindi il nostro viaggio: forse non sapremo mai se Samuele Bersani si sia ispirato o meno a questo bellissimo gioco per la sua altrettanto bella canzone, ma quello di cui siamo certi è l’importanza seminale del gioco di Tom Hall nel “mondo” dei videogiochi;  in un periodo in cui il PC iniziava a imporsi come macchina da gioco, Keen Commander è uno splendido manifesto su come deve essere un platform game: ancora oggi dannatamente giocabile, vario e divertente, in grado di tenere testa a tanti titoli moderni.

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